Shiva e Shakti nei Tantra shivaiti e in quelli buddhisti - Luigi Lacchini - sapienze tradizionali dell'India

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Shiva e Shakti nei Tantra shivaiti e in quelli buddhisti

Pubblicazioni
Luigi Lacchini - 2019

Śiva e Śakti nel tantrismo śivaita e in quello buddhista

Quando leggo testi divulgativi (spesso purtroppo dozzinali) riguardanti il Tantra, mi imbatto spesso in descrizioni e interpretazioni banali dei concetti di Śiva e Śakti, che invece nella tradizioni tantriche svolgono un ruolo essenziale, al punto da dare il nome a due orientamenti dottrinali e rituali complementari: le scuole “śaiva” e quelle “śakta”.
La banalizzazione spesso consiste nell'identificare tout-court  Śiva e Śakti con l'uomo e la donna che prendono parte a un rituale tantrico, spesso con un'esplicita sottolineatura di natura sessuale. Si tratta di una convenzione entrata in uso nel mondo tantrico occidentale contemporaneo che in sé non costituisce alcun problema, a meno che finisca col mettere in ombra il vero e profondo significato metaforico che i due termini possiedono e che ne fa in un certo senso il cuore stesso del percorso tantrico.

La polarità

Per recuperare l'autentico significato filosofico di questi due concetti, occorre rifarsi al concetto di polarità, così presente in quasi tutte le culture antiche del pianeta anche se declinato in modi diversi. Nel mondo culturale cinese, ad esempio, così come in quello greco (Eraclito di Efeso), la polarità è la cifra stessa del mondo, in quanto le cose concrete vivono di essa: notte/giorno, buio/luce, uomo/donna, alto/basso, sono solo alcuni degli infiniti esempi in cui la polarità si manifesta. Il modello polare è stato assunto anche dalla fisica contemporanea, riferito alle cariche delle particelle subatomiche.

Tuttavia in alcune aree culturali particolari (il Taoismo, la Qabbalah, le dottrine non scritte del platonismo e il pensiero vedico-tantrico) il concetto di polarità è stato applicato addirittura al Principio, alla Divinità stessa. Quest'ultima viene pensata come dotata di due dimensioni ontologiche:
  • la prima, non-manifesta, esprime il Divino mistico, inesprimibile, che si può incontrare (ammesso che ciò sia possibile) solamente in stati di coscienza estatici;
  • la seconda, manifesta, esprime il Divino visibile nel mondo concreto, il Divino che si fa natura, che si mostra dissimulato come “regola” (lógos, dharma) armonica universale che ordina e guida le cose, come rete coscienziale di tutto ciò che esiste.

Perciò il Principio Divino è insieme Dio+Mondo, Dio con il proprio “figlio”, della medesima natura, ma espresso nelle infinite forme dell'energia e della materia.
I Tantra, specialmente nella loro declinazione śivaita e buddhista, hanno fatto propria questa sensibilità metafisica e l'hanno espressa attraverso i concetti di  Śiva e Śakti.

I Tantra śivaiti non-dualisti

Mettere ordine nelle scuole tantriche antiche è impresa titanica e non è certo questo il luogo per tentarla. Mi limito a dire che, semplificando molto, vi sono tre tradizioni tantriche principali: quella śivaita (in cui la divinità di riferimento è appunto Śiva), quella buddhista e quella viśnuita (con Viśnu come divinità principale), che viene considerata minoritaria.
All'interno della tradizione śivaita vi sono alcune scuole denominate “dualiste”, proprio perché pongono una distinzione ontologica netta tra il Principio divino e il mondo che da esso proviene, mentre altre, dette “non-dualiste”, negano questa differenza ontologica e fanno propria l'idea di un Divino “polare”, di cui ho trattato nel paragrafo precedente. Così facendo rinunciano a “giudicare” gli opposti del mondo (alto/basso, bello/brutto, buono/cattivo, puro/impuro, ecc.) proprio perché sono tutti, allo stesso modo, espressione del Divino.

Proprio all'interno di queste scuole, specialmente quelle appartenenti alla tradizione del Kula, si è formata e approfondita la nozione di  polarità unificata, espressa attraverso le immagini di Śiva e Śakti.
Il principio originario, da cui proviene e a cui ritorna ogni realtà è pensato come l'inscindibile unione di due aspetti: uno maschile (Śiva) e uno femminile (Śakti), dove, tuttavia, i termini “maschile” e “femminile” non indicano una diversità di genere, ma sono semplicemente espressione metaforica dell'idea di una polarità che sia al contempo opposta e complementare.

Śiva rappresenta il divino nel suo aspetto non manifesto, l'idea primigenia, il progetto dell'intero universo non ancora incarnato, l'Oltre, che riposa immutabile oltre il velo di Maya.  Śakti indica invece l'energia operativa del divino, quella che pone in essere il progetto, che lo incarna e lo nutre, che manifesta il divino nel mondo. Non sono due diverse entità, ma due aspetti inscindibili della medesima entità.

I Tantra non-dualisti riprendono perciò il concetto di polarità già presente nella cultura vedica ed espresso nella filosofia Samkhya (la base di tutte le metafisiche indiane), secondo cui Puruśa (lo spirito) s'incarna attraverso Prakriti (l'energia/materia). Vi è tuttavia una differenza sostanziale. Per il Samkhya questa polarità descrive una differenza incommensurabile, perché Puruśa e Prakriti appartengono a ordini ontologici diversi. Se l'adepto che segue il Samkhya vuole contattare lo spirito, deve mettere in conto di abbandonare definitivamente l'orizzonte dell'energia/materia. Fra Dio (spirito) e mondo (energia/materia) c'è uno iato incommensurabile e un percorso evolutivo verso la trasformazione e il risveglio consiste inevitabilmente nell'abbandonare il mondo. Si tratta di una teologia e una pedagogia ascetica e rinunciante, che tende ad esprimersi in tutto il mondo vedico e nello Yoga.

Per i Tantra non-dualisti, invece, Śiva e Śakti sono due in uno. Non è possibile aderire ad un aspetto del divino senza l'altro. Dio e mondo sono inscindibili, e tutta la sfera dell'energia/materia è divina essa stessa.
Śiva rappresenta l'informazione, il progetto, l'energia potenziale, il vuoto da cui tutto proviene,  mentre Śakti rappresenta l'energia che realizza. Non ci può essere informazione senza energia, né energia senza informazione. Il principio è una sorta di inscindibile energia-informazione. La scuola Spanda (sempre di tradizione Kula, vicina al Trika) aggiunge a tutto questo la convinzione che il nucleo originario di tutto, che si manifesta in  Śiva e in Śakti, non sia quiete, ma vibrazione eterna, frequenza, una sorta di concetto ondulatorio del principio, che poi, man mano che si manifesta, rallenta la sua vibrazione e decade in materia.

Energia-informazione, frequenza. La concezione dell'universo dei Tantra non-dualisti ci appare vicinissima in modo impressionante, ai più arditi modelli della fisica occidentale contemporanea.

Śiva e Śakti si incarnano...

I concetti che ho espresso sono troppo filosofici per poter essere accessibili a livello popolare. Se per il mondo brahminico (da cui spesso provengono i maestri tantrici) queste speculazioni metafisiche potevano essere quotidianità, per la gente comune era necessario ricondurre i concetti di Śiva e Śakti a qualcosa di più concreto.
Questa è la ragione per cui, nelle scuole tantriche il riferimento religioso è sempre stato quello di una coppia di divinità, una maschile e una femminile che incarnassero in modo comprensibile i due aspetti del divino. Molto spesso la figura maschile è stata quella di  Śiva stesso, mentre quella femminile è più cangiante, con una certa presenza dominante della figura di Kālī, nelle sue più svariate forme, riletta in chiave esoterica rispetto alla sua concezione tradizionale.
Spesso, dietro le espressioni mitologiche di queste divinità, si possono leggere potenti metafore, che possono essere utilizzate per approfondire la lettura metafisica dei due principi.

L'analisi di tutto ciò richiederebbe un libro. Mi limito, come semplice suggestione, a guardare “in controluce” alcuni attributi mitologici:
  • per esempio, immagine comune è Śiva Naṭarāja, la divinità che danza  all'interno di un cerchio (la sua danza si chiama “thandhav”), calpestando sotto i piedi il nano Apasmāra; tutto ciò simboleggia il fatto che dal e nel Principio divino non manifesto tutto nasce e tutto fa ritorno e la consapevolezza di queste eterna ciclicità annienta l'ignoranza (il nano);
  • Kālī si adorna di una collana di teschi o teste mozzate, a indicare che essa distrugge l'ego individuale di chi si affida a lei; come dire che energia e consapevolezza aprono la dimensione transpersonale;
  • Kālī spesso viene rappresentata come danzante sul corpo di uno Śiva, quasi cadavere, a indicare che senza l'energia e la consapevolezza l'informazione e la compassione sono come morte e non si manifestano e che comunque, dietro a qualunque mutevole manifestazione dell'energia, c'è il vuoto immutabile, con la sua eterna quiete.

I Tantra buddhisti

Mentre le scuole tantriche induiste non-dualiste costruiscono questa ardita visione del macrocosmo e insieme del microcosmo umano (che lo riproduce), i Tantra buddhisti interpretano la polarità Śiva/Śakti riflettendo su quella che si potrebbe chiamare la “risonanza psichica” che essa potrebbe avere nell'essere umano. Mutano i termini, ma anche in questo caso viene immaginata una polarità maschile/femminile.

La polarità “femminile”, denominata prajñapāramitā rappresenta il vuoto, la verità assoluta che riposa in se stessa, la saggezza, la consapevolezza, mentre la polarità maschile, chiamata upāya, significa “strumento”, e indica la varietà dei mezzi creati dal Buddha e dai Bodhisattva per condurre gli esseri umani alla salvezza, ovvero, in altre parole, l'espressione concreta della compassione del divino per gli esseri viventi.
La strada che conduce verso il risveglio, per il Buddhismo, richiede la cooperazione indivisibile di questi due momenti: consapevolezza e compassione, letteralmente le due “ali” dell'illuminazione.

Ripensati insieme, i Tantra śivaiti non-dualisti e quelli buddhisti, attraverso la loro concezione della polarità del Principio, ci rimandano i quattro pilastri di ogni percorso evolutivo e di ogni pedagogia ispirata ai Tantra: energia, informazione, consapevolezza e compassione.

Un percorso evolutivo che voglia dirsi “tantrico” deve perciò far fiorire progressivamente questi quattro elementi:
  • condurre il praticante ad attivare, potenziare, controllare, dirigere e utilizzare consapevolmente la propria energia;
  • individuare le “informazioni” psichiche disfunzionali, non in armonia col Principio che ciascuno di noi si porta dentro e riscriverle;
  • sviluppare la consapevolezza della propria vera natura, che muove dalla propriocettività, passa dalla capacità di guardare dall'esterno tutta la sfera emozionale e giunge alla percezione intima di essere della medesima natura del Principio, legati indissolubilmente con tutto. Come conseguenza di tutto ciò, far progressivamente scomparire le dimensioni dell' ”io” e del “mio”;
  • proprio grazie a tale consapevolezza che fa venire meno l'individualità (per quanto possibile nella vita incarnata), vivere profondamente la compassione con qualunque essere vivente che è la percezione del legame con tutti gli esseri, fiorita di amorevolezza.

Perciò, in ogni percorso tantrico degno di questo nome, che creda nelle dimensioni Śiva e Śakti, l'atteggiamento spirituale non può essere ascetico e rinunciante: l'Oltre e il mondo non sono opposti e incommensurabili, ma costituiscono le due polarità dell'Unico Principio. La Diade che riposa nell'Uno.
Non è l'ode al possesso, al perdersi negli oggetti o all'annegarsi nel piacere o nelle emozioni; tutt'altro. Venuto meno “io” e “mio”, il mondo-divino è oggetto di contemplazione e adorazione, non di sfruttamento, luogo di bellezza non di potere.
E in questo, francamente, mi sembra che il mondo contemporaneo abbia davvero tanto bisogno di Tantra...!
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