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Tre diversi approcci agli olii essenziali

Luigi Lacchini - naturopatia ayurvedica e psicologia dello Yoga e del Tantra
Pubblicato da in aromatologia ·
Tags: oliiessenzialibiochimicainformazioneenergia

Con quali criteri si utilizzano gli olii essenziali? Si tratta di approcci scientifici o no?
Mi sento fare spesso queste domande e quasi sempre le persone che me le propongono si aspettano risposte nette, dei “sì” o dei “no” che dissipino i loro dubbi e le loro perplessità.
In realtà non è semplice rispondere a questi interrogativi, perché l'approccio agli O.E. può avvenire in tre differenti modi, assai diversi fra loro per valore scientifico e per intento, ma tutti significativi e in grado di “parlare” in maniera diversa all'essere umano.

Non stupisca il fatto che, io stesso, come preciserò meglio oltre, ritenga che i metodi di utilizzo degli O.E. non siano tutti scientifici e, nondimeno, li ritenga significativi e utilizzabili. Le scienze non costituiscono un criterio per determinare la verità o il valore delle cose e, in moltissimi ambiti dell'esistenza umana non sono applicabili o risultano addirittura dannose. Non fornirò qui la giustificazione di questa tesi forte e inusuale (ma non troppo se ci si intende di epistemologia) e tuttavia questo è il punto di vista da cui voglio partire. Soltanto uno dei tre modi di utilizzare gli O.E. può dirsi scientifico e, nondimeno, anche gli altri sono perfettamente plausibili e sensati.

L'utilizzo biochimico degli O.E.



Gli O.E. essenziali sono innanzi tutto composti chimici che, per via orale o transdermica, vengono immessi nel corpo umano e hanno perciò effetti relativamente prevedibili, esattamente come i fitopreparati o i farmaci. Non stupisca se dico “relativamente prevedibili”, perché con buona pace della loro base scientifica, i farmaci non forniscono alcuna garanzia assoluta dei loro effetti e delle loro controindicazioni.
Allo stesso modo, gli O.E. sulla base delle molecole che li costituiscono, hanno prevedibili effetti biochimici. Va detto, che la sperimentazione relativa agli O.E. (molto più ampia di quanto comunemente non si creda), soffre però spesso degli errori tipici del riduzionismo scientifico.

In sostanza, quando si vuole analizzare scientificamente l'effetto di un olio essenziale, solitamente si parte studiando le molecole di cui è composto e cercando di verificare in vitro e in vivo gli effetti di ciascuna di esse. Ricomponendo il mosaico di tutte le principali molecole dell'olio, si ritiene di poter quindi ragionevolmente stabilire quali effetti produca. Tuttavia, non bisogna dimenticare che mentre le prove spesso sono effettuate per ognuna delle sostanze contenute, singolarmente considerate, nell'olio essenziale tali sostanze sono presenti insieme e producono effetti sinergici non prevedibili dalla semplice somma di quelli prodotti dalla singola sostanza.

Non si tratta dell'unico errore presente nei test scientifici relativi agli olii essenziali. Spesso tali “prove” presentano disarmanti ingenuità di metodo, che vanno contro la stessa natura degli O.E. Non si può, ad esempio – come è accaduto – somministrare per via olfattiva O.E. di lavanda per cinque minuti a soggetti che stanno per sottoporsi a un delicato intervento chirurgico e concludere sbrigativamente che l'olio di lavanda non riduce i tratti di ansia da stress traumatico. Gli O.E. hanno effetti se utilizzati in modo continuo e prolungato (settimane), portando su di essi una forte consapevolezza (che non c'è quando la mente è totalmente concentrata su altro). Inoltre l'uso olfattivo è adatto quasi esclusivamente ad agire su stati psicologici sottili principalmente endogeni, non su macroemozioni dovute ad un oggettivo fattore esterno. Insomma: l'approccio biochimico si può fare, ha una sua ragionevolezza, è certamente utile, ma non esaurisce affatto la complessità di utilizzo degli O.E. e non spiega in toto i loro effetti.

L'utilizzo energetico degli O.E.



Se si vogliono utilizzare gli O.E. all'interno di sistemi di cura come le medicine orientali (medicina cinese, tibetana, ayurveda, siddha, ecc.) essi vanno considerati da un altro punto di vista. Va detto, per altro, che nella loro forma tradizionale, queste discipline ne fanno un utilizzo scarso o addirittura nullo; è la cultura naturopatica occidentale che ha inserito sistematicamente l'uso degli O.E. all'interno di questi approcci di cura.

In ogni caso, per fare uso degli O.E. in questi contesti, occorre tenere conto della qualità energetica di ciascun O.E.
Questo, concretamente, significa chiedersi se l'olio che si intende usare sia “caldo” o “freddo”, se sia “umido” o secco” (idrofilo o lipofilo) e quali delle cinque energie di base – i cosiddetti “cinque elementi” – siano presenti in esso.
Va da sé che questo approccio, essendo qualitativo, non può essere scientifico, ma ciò non significa che sia irrazionale o “magico”. Al contrario, nella nostra vita ci sono infinite situazioni in cui noi ci regoliamo in modo qualitativo e alcune di esse (per esempio l'arte) danno luogo ad esperienze di grandissimo valore umano, capaci di avere effetti profondi sulla vita e l'evoluzione psicologica e spirituale della persona.

Le qualità dischiudono il mondo del “sentire”, delle sfumature. Proprio perché si tratta di un approccio sostanzialmente soggettivo, consente un utilizzo degli O.E. completamente diverso da quello biochimico. Una molecola – secondo la chimica – produce effetti simili e prevedibili in qualunque contesto. Per questo si presuppone che i farmaci abbiano i medesimi effetti su chiunque li assuma. Le qualità di un olio essenziale, invece, si devono incontrare con le enormi differenze qualitative che distinguono i vari individui e quindi il medesimo olio, dal punto di vista energetico può andare bene e produrre un certo effetto su di un soggetto e non averne su un altro.

Chimicamente esiste il rimedio per un determinato problema, mentre energeticamente esiste un rimedio per uno specifico soggetto. Al centro non c'è più la malattia o la difficoltà, ma l'individuo nella sua irripetibile unicità.

L'utilizzo informazionale degli O.E.



La scienza stessa ha portato all'attenzione degli studiosi la centralità dell'informazione. La medesima chiavetta USB, a seconda che contenga un file con un film o uno con un virus informatico, produce effetti enormemente diversi in un computer, nonostante le sue componenti chimiche e la sua struttura fisica rimangano invariate. La differente qualità e quantità dell'informazione che un oggetto o un individuo recano con sé va ben oltre la loro struttura fisico-chimica.
Questo principio, di validità generale, può essere applicato anche agli O.E. Si ritiene che l'O.E. rechi con sé le informazioni del tipo di pianta e della parte di essa da cui è estratto.

La pianta resiste al sole forte? Allora l'olio che ne deriva ha capacità di dissipare calore. L'O.E. viene dalla radice? Quindi dà centratura e stabilità. La pianta sopravvive dal gelo estremo al caldo estremo? L'olio che ne deriva sarà un “adattogeno”. La pianta ha una forma stretta e molto allungata (per es. un cipresso)? Allora reca con sé la capacità di andare dritta verso il cielo e di collegarlo con la terra.

Questa inferenza logica, benché possa sembrare relativamente ovvia, in realtà non è così scontata, (anzi, a dire il vero, non è affatto logica, ma analogica) né tanto meno si può considerare scientifica. Non è per niente chiaro se e come le “informazioni” della pianta trapassino automaticamente nel relativo O.E. né si può dimostrare che ciò avvenga. Tuttavia, spesso le cose sembrano avere una conferma empirica.

Si tratta di un approccio che si potrebbe definire poetico, nel senso che la pianta viene “letta” in funzione di un insieme di archetipi che sono poi applicati anche all'O.E. che ne deriva.

Conclusione provvisoria...

Se si vogliono utilizzare gli O.E. al massimo delle loro potenzialità, occorre tenere presente tutte e tre le prospettive, il che richiede raffinata conoscenza e sottile sensibilità. Le prospettive energetica e informazionale possono essere entrambe considerate come approcci vibrazionali. L'O.E. viene considerato come un'energia che vibra ad una determinata frequenza e, proprio per questo, reca con sé una specifica informazione, allo stesso modo in cui un'onda elettromagnetica ad una certa frequenza si manifesta come calore, ad una più alta come colore e ad una più alta ancora come onda radio o raggio X .



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