Psicopedagogia e galassia concettuale - Luigi Lacchini - filosofia e tecniche corporee tra oriente e occidente

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Psicopedagogia e galassia concettuale

Pubblicazioni2
Luigi Lacchini - 2017

Psicopedagogia e galassia concettuale
Una riflessione epistemologica sulla psicopedagogia

Gran parte degli operatori italiani in campo psicologico e pedagogico, nonché – almeno così sembra – il legislatore nell'ambito sanitario e scolastico, sembrano rimandarci la convinzione che ci siano una sola psicologia e una sola pedagogia, o meglio che per ciascuna di queste discipline esista una versione “fondata”, degna di fiducia, “scientifica”, dove, con quest'ultimo termine, si intende surrettiziamente “vera”, che si contrappone ad altre forme di psicologia e pedagogia cognitivamente inaffidabili.
Qualunque approccio alla psicologia o alla pedagogia che esuli da questo modello culturalmente riconosciuto e giuridicamente tutelato, viene automaticamente guardato come sospetto, infondato, al limite fuorviante e pericoloso e quindi, di conseguenza, rifiutato o addirittura legalmente perseguito.
Questo approccio è una ridicola banalizzazione e ignora completamente la complessità della rete concettuale – una vera e propria “galassia” - che determina la nascita dei modelli psicopedagogici, facendo sì che ciascuno di essi non sia altro che una prospettiva parziale, modellata su una enorme quantità di variabili concettuali ed esperienziali. Di qui la necessità di effettuare un chiarimento sulla complessa natura epistemologica dei modelli psicopedagogici.

Psicopedagogie e antropologie

Un primo punto, persino ovvio, ma che si tende a dimenticare, è che qualunque modello psicologico e pedagogico deve necessariamente muovere da una specifica concezione dell'essere umano. Banalmente, se io ritengo che l'essere umano sia costituito solo dalla dimensione fisica, la psicologia stessa diviene impossibile; se sono convinto che vi sia una fisicità e una psiche superficiale, posso costruire qualcosa di simile alla psicologia classica, ma la psicanalisi non ha alcuno spazio. Se credo (e uso il termine “credo” !) nell'esistenza dell'inconscio individuale o anche in quella dell'inconscio collettivo, si aprono possibilità di costruire modelli psicologici molto più complessi e tutta la gamma degli approcci psicanalitici diviene possibile o addirittura necessaria. Se per me l'essere umano è una struttura tripartita, corpo-psiche-spirito, lo scenario possibile muta ancora, perché ci si apre ad una possibile psicologia spiritualista (come ad esempio è accaduto con la logoterapia di Frankl o con la psicosintesi di Assagioli). Se ritengo che la struttura tripartita di cui sopra sia la manifestazione di un substrato fatto di energia a diversi livelli vibratori e dell'informazione che a questa energia è intrinsecamente correlata, posso creare un modello psicopedagogico “quantistico”, come, ad esempio, quello antichissimo che si rifà alla cultura vedico-yogica e tantrica del subcontinente indiano.
La scelta implicita di uno o l'altro modello antropologico determina inevitabilmente delle precomprensioni che incidono profondamente sulla lettura psicologica e pedagogica dell'individuo.
Per chi è convinto dell'esistenza di una dimensione spirituale dell'essere umano, probabilmente Madre Teresa di Calcutta è una maestra spirituale, un vertice del viaggio evolutivo che un essere umano può compiere, mentre per chi nega la dimensione spirituale, si tratta probabilmente di una narcisista autolesionista, che pur di essere al centro dell'attenzione mondiale si è autoinflitta una vita di stenti e quindi un essere in grave squilibrio psichico.
Nessuno di questi modelli antropologici è più plausibile degli altri, nessuno più “vero”, per cui la scelta per i conseguenti modelli psicopedagogici diviene un'opzione (probabilmente a base istintuale e volitiva) sulla base di una sorta di “atto di fede” laico. È presumibile che ognuno tenderà ad indirizzarsi verso il modello antropologico che risulta più conforme con le sue esperienze esistenziali, quello che gli è stato veicolato dalla testimonianza vitale (non dalle parole) dei genitori e dall'ambiente familiare e sociale a cui appartiene, dalle spinte della cultura dominante. Variabili in larga parte esistenziali, non cognitive.

Psicopedagogie e visioni metafisiche

Per chi frequenta il variegato mondo della filosofia, appare assolutamente evidente che ogni modello antropologico richieda, a sua volta, una determinata concezione metafisica. Un minimo di congruenza richiede che per ammettere che l'essere umano possieda certe caratteristiche, sia necessario che tali caratteristiche siano possibili su un piano più generale, ovvero che siano costitutive della realtà stessa. Ad esempio, è poco credibile che l'essere umano sia un aggregato di energia e informazione se anche la realtà nel suo complesso – cioè anche quella non umana – non presenti anch'essa tali caratteristiche. In una realtà concepita solo in modo fisico-meccanico, ad esempio, la psiche non potrebbe essere concepita, salvo ritenerla una sorta di “materia sottile” o qualcosa del genere.
Perciò è corretto affermare che le visioni metafisiche e antropologiche sono alla base dei modelli psicopedagogici, ma tale relazione non va intesa in modo direzionalmente univoco, bensì reticolare. Le antropologie talvolta sono il vero punto di movenza e determinano la creazione di visioni metafisiche congruenti e, a loro volta, certi approcci terapeutici o educativi in psicologia e pedagogia, l'utilizzo di certi metodi e strumenti di intervento, possono determinare una rielaborazione della concezione di essere umano e della propria visione della realtà. Se vado pazzo per la musica e sono irresistibilmente portato ad utilizzarla come strumento psicoterapico o pedagogico, finisco inevitabilmente per dover ammettere un modello antropologico e metafisico dove il fenomeno della “risonanza vibratoria” abbia uno spazio adeguato.

Psicopedagogia e sistemi valoriali

Le visioni metafisiche e antropologiche determinano – e a loro volta sono determinate da – i sistemi di valori che una società e un individuo possiedono. Tali sistemi assiologici non sono tanto quelli sbandierati a livello teorico, ma quelli realmente incarnati nel tessuto sociale e legislativo. In sostanza, non fanno testo i valori di cui una società o un individuo parlano e a cui dicono di ispirarsi, ma quelli che realmente si incarnano nei comportamenti quotidiani e che sono realmente tutelati a livello giuridico. Sistemi valoriali sono presenti – quasi sempre in modo implicito – nei diversi modelli psicopedagogici. Intuitivamente non è possibile affermare cosa sia “normale” o “patologico”, né costruire un progetto educativo e formativo se non si ha una sorta di “sistema cartesiano” di riferimento che mi dica in che direzione l'essere umano debba evolvere.
Le incoerenze denunciano gli impliciti. Una società che continua a riempirsi la bocca con l'importanza della crescita emozionale e creativa dei giovani e poi toglie la musica o l'arte dalla scuola, salvo poi riempire la televisione di gare per selezionare i migliori talenti canori, presumibilmente attratti dai compensi assurdi di cantanti e attori, dimostra di avere poche idee ma ben confuse.
Altri ambiti non sono meno banalmente incoerenti; la nostra civiltà occidentale tende a negare la dimensione spirituale nell'antropologia, però persegue – a parole – valori come l'altruismo, la valorizzazione delle diversità e la dimensione della gratuità, ma crea un contesto sociale e scolastico principalmente basato sulla performance, la competizione e sull'esclusione di chi non raggiunge gli standard. Tutto ciò è tragicamente ridicolo.

Congruenza ed emersione degli impliciti

Siamo di fronte ad un inestricabile intreccio di prospettive metafisiche, antropologiche, valoriali e gnoseologiche che rende semplicemente ridicola l'ipotesi che vi siano modelli psicologici e pedagogici “scientifici” o addirittura “veri”, contrapposti ad altri non adeguatamente fondati.
Tutto ciò comporta che non esista alcun criterio per discriminare fra modelli psicologici e pedagogici accettabili o riconosciuti legalmente validi e altri “non ortodossi”. L'unica cosa che si può e si deve chiedere è che ogni modello psicopedagogico espliciti le proprie concezioni metafisiche, antropologiche, assiologiche e gnoseologiche, ne mostri la coerenza e possa sostenere la congruenza dei propri strumenti e metodi operativi con tali concezioni.
Unico criterio assoluto di rifiuto – per la difesa convenzionale della società e degli altri individui – è  che in tali concezioni non sia presente la negazione del diritto di esistere di metafisiche, antropologie, assiologie e concezioni gnoseologiche diverse. E già quest'ultima concessione, in realtà, è un metacriterio occulto, che ritiene libertà e diritto all'esistenza una sorta di supervalori che debbano essere perseguiti sempre e comunque. Però, forse, su questo è meglio convenire tutti...


Luigi Lacchini
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